Un po' di storia della nostra parrocchia
 

LE ORIGINI
Dalla cerchia delle mura cinquecentesche di Treviso, la frazione dista tre chilometri ed è situata in buona posizione, nel mezzo della campagna verde, allietata da vigne e da file di pioppi, percorsa dal fiume Cerca e da molti ruscelli ricchi di acque.
Al giorno d'oggi, Monigo è all'estrema periferia nord-occidentale della città ed ha visto sorgere buon numero di case lungo il corso delle strade Feltrina e Postumia, ma un tempo, oltre la Chiesa e qualche villa, vi erano solo case coloniche, campi e boschetti nei punti più bassi ed acquitrinosi.
Forse, proprio perchè su una parte del suo territorio vi erano stagni determinati da resorgive e da bassure, la località fu detta « malus vicus » ( luogo malsano ) e, successivamente, in latino medievale MAUNICUS da cui la forma Monigo.
La toponomastica della località non è, naturalmente, avvallata da documenti ed anzi è dovuta a congetture arbitrarie, per cui possiamo solo stabilire come Maunicus sia l'unico nome che appaia sui documenti e da cui trasse la famiglia omonima, fin da antichissima data vassalla del Vescovo di Treviso. Può comunque suffragare l'etimologia proposta, il fatto che una località fosse, come è, chiamata Paludetto o Paluetto e esistesse una via del Pal o del Palù.
Il territorio di Monigo fu abitato anche nel periodo romano: fu rinvenuto infatti presso la cava Rizzetto un pozzo romano e in altra località imprecisata una iscrizione.
Le strade che anticamente passavano per Monigo erano press'a poco quelle di oggi, cioè dirette a Bassano, Asolo e Paese. Nel cosidetto Libro delle Regole del Territorio di Treviso del 1315 (3), è così descritta la Regola di Monigo:
Regula de Maniugo della Pieve de Quinto
Prima una via publica che è appellada via Basanese et comencia in lo Terreno della regola del Paludo da S. Thomaso da Rusgnolo in su et la Villa e Terreno della ditta regula circa un miglio andando verso Paese.
Item una via che è appellada aslina et va per lo Terreno della detta Villa circa mezo miglia andando verso la regola de Castegnole.
Item in la ditta Villa son tre vie publice per le qual se va per quella villa alla cultura della detta villa.
Item una via publica la qual è appellada Cai Paesa che è in la detta regula et va verso Paeso circa la terza parte de un miglio.
Il detto Comun della ditta regula da Maniugo deve tenir in conso le ditte vie in lo suo Territorio.
Nella seconda parte del manoscritto che tratta della divisione e della misurazione delle strade che partono da Treviso verso i vari paesi (o ville) e dovute al «nobil huomo Giacomo dei Menegaldi cittadin de Treviso comenciando del anno 1420 alli 22 luio... », non solo sappiamo che «in cao del Corso fino a Monigo erano pertege (trivixane) 34», ma abbiamo pure notizia di due strade, probabilmente di campagna, delle quali oggi si è perduta quasi la traccia, e cioè quella che portava alle « Cesoie », oggi Cisoie, e l'altra alla località del « Rusignol », a partire dal « ponte levador della bastia a' Santi Quaranta », come segue :
da S.ti 40: alle Cesole
Item comincia Munigo fuora del Ponte della Basteia de Santi XLta andagando verso le Cesole et così va de Regula in regula secondo le soprascritte partition.
via del Pal, o S. Tomaso del Rusignol
Notta che le infrascritte Ville over regule a tegnude de piovegar et tenir in concio una via laqual è chiamada via del Palu over de S.to Thomaso del Rosignol la qual via altre volte fu pertegada et trovosi pertege 777 cominciando al pontesel del Anchoneta et finise alla casa de quelli da Puola in cavo il suo orto à uno fossado.

MONIGO E L'ANTICO ARCIPRETATO DI S. CASSIANO DI QUINTO

Il territorio di Monigo, ecclesiasticamente, faceva parte della Pieve di San Cassiano di Quinto ove sappiamo che i vescovi di Treviso avevano un « castrum » molto probabilmente eretto su una primitiva « statio » militare romana sulla Via Sarmatia. Quinto infatti deve il suo nome alla quinta pietra miliaria ivi collocata, il « quintus ab urbe lapis ».
Stanno a testimoniare le nostre asserzioni che Quinto (S. Cassiano) fu una località abitata fin dai tempi più remoti i recenti reperti archeologici venuti alla luce appartenenti al periodo eneolitico, lungo il Sile, e al periodo romano a S. Cassiano e Prà dei Ciardi (ascie, martelli di pietra levigata, ascie enee, spade, scheletri in un grande doglio, un pozzo romano e un cumulo di frammenti di lucerne in terracotta, probabile ipotesi che ivi fosse una fabbrica.
Notizie di possedimenti vescovili e capitolari in Quinto, si hanno fin dal 992. Altri fondi della zona erano beni dotali del Monastero benedettino di Mogliano fondato nel 997.
La possessione vescovile della Pieve di Quinto « cum castro et villa, et pertinentiis suis » è approvata e riconosciuta dalla bolla papale di Eugenio III, datata da Segna il 3 maggio 1152 e diretta al vescovo diocesano Bonifacio. Ne parla anche la bolla che Alessandro III nel 1170 inviò a Drudo « praeposito Ecclesiae S. Petri Tarvisii » e che confermava il possesso dei « mansos » di Quinto. La frase della bolla di Eugenio III, «plebem de Quinto cum castro et villa et pertinentiis suis», «corrisponde a Quinto di qua e di là del Sile ( ma il colmello Bojago in parte fu staccato per formar la parrocchia di S. Giuseppe), a Paese dov'è il colmello Villa (della bolla), a Canizzano, Castagnole, Monigo e S. Cristina del Tiveron».
Nel 1181, da Viterbo, Alessandro III in una sua bolla diretta a Dodone decano dei canonici trivigiani, confermava il possedimento dei « mansos de Quinto» e nel 1184, papa Lucio III con bolla datata da Verona il 23 settembre riconosceva nuovamente l'appartenenza della pieve di Quinto al vescovo di Treviso che in quell'anno era Corrado.
Fu proprio questi che, « sub porticu plebis Sancti Cassiani de Quinto», convocò il 1 dicembre 1189 i suoi vassalli prima di partire con essi per partecipare alla Dieta di Roncaglia, fissata dall'imperatore Enrico VI della Casa di Svevia che in quell'anno diventò, per il suo matrimonio con Costanza d'Altavilla e per la morte di Guglielmo II, anche re di Sicilia e di Puglia. '
Altra bolla di Lucio III, diretta ad Uberto decano dei Canonici trivigiani e datata da Verona nel 1184 riguarda i « mansos » di Quinto.
Pare certo che la Pieve di Quinto, proprio per la continuità del possesso vescovile (le numerose antichissime bolle citate lo confermano), e perchè in quel territorio i vescovi andavano spesso a soggiornare e ivi riunivano i loro vassalli, sia una delle prime della diocesi trivigiana foranea, se non la prima, chè questo privilegio spetterebbe a Santa Maria di Asolo.
E' oscuro ancora, malgrado le ricerche da noi fatte, sul perchè proprio a S. Cassiano di Quinto fossero trascinati da Treviso, legati dietro ad un carro, e qui giustiziati, i condannati a morte. Tristi spettatrici di queste esecuzioni furono però anche la Spinetae S. Maria della Carità.
Probabilmente il « castroni » vescovile di Quinto esisteva ancora nel 1318 perchè vi si rifugiò Uguccione della Faggiuola dopo lo sfortunato tentativo di entrare in Treviso e conquistarla per Cangrande della Scala.
S. Cassiano, fin dai tempi più antichi, fu sede di un « coroepiscopato » divenuto in seguito arcipresbiterato : infatti nel 1199 si trova che un prete Enrico è presente alla elezione del vescovo Enrico di Ragione, col titolo di Archipresbyter de Archipresbyteratu de Quinto.
L'arcipretato di Quinto fu dunque il primo per importanza e ne dipendevano ben 15 pievi che erano quelle di S. Cassiano, Istrana, Lancenigo, Varago, S. Biagio di Callalta, Vallio, Meolo, Noventa, Salgareda, Negrisia, Roncadelle, Casale, Povegliano, Zero e Trebaseleghe.
Le chiese filiali della Pieve di Quinto furono invece Castagnole, Monigo, Canizzano, S. Cristina e, in un primo tempo, Paese.

LA PARROCCHIA

La chiesa di Monigo, e forse per molti secoli essa fu solo una piccola cappella, è dunque antichissima.
Esistono dubbi di una possibile identificazione del territorio di Monigo nella donazione avvenuta in Nonantola il 3 maggio 762 da parte dei fratelli Erfone e Marco, amici di re Liutprando, ai monasteri benedettini di Sesto sul Reghena e di Salto sul Torre da essi fondati. Dal documento riguardante il monastero di Sesto sul Reghena rileviamo che, tra i beni di cui alla donazione, è elencata, con numerose altre, la « curte et casa in molenego o mulinego », località questa per la quale Tommaso Gerometta nella sua Guida storico-artistica dell'abbazia di Sesto si pone l'interrogativo se debba ravvisarsi in Monigo di Treviso o in Moniego di Noale, il che è molto difficile stabilire anche se altri nomi ci richiamano a paesi della campagna trivigiana.
E' invece possibile supporre per Monigo che ad un primitivo abitato romano, sia seguita, nell'alto medioevo, una « curtis » vera e propria e che questa, per successive trasformazioni, sia divenuta una delle porzioni o « mansi » dipendenti dalla « pars dominicata » di S. Cassiano di Quinto e difatti, come i monasteri, anche i vescovadi furono ordinati secondo il sistema curtense.
E' probabile dunque che la prima chiesa di Monigo sia stata eretta attorno o poco dopo il mille. Non esistono documenti in proposito ma è interessante notare che il primo prete presente in questa località è un certo Vitale nel 1154, cioè due anni avanti che la citata bolla di Eugenio III riconoscesse il possesso vescovile sulla Pieve di Quinto. Null'altro, se non il nome e l'anno, sappiamo di Vitale, come del resto ci mancano notizie circa la chiesa. Questa aveva ed ha ancor oggi il titolo di sant'Elena imperatrice e l'Agnoletti in proposito scrive che fu anche detta « sant'Elena da Treviso » per contraddistinguerla da molte altre ed infatti un oratorio dedicato alla Santa lo troviamo pure sulla strada Feltrina a non molti chilometri di distanza.
Le fondamenta della primitiva chiesa di Monigo furono scoperte nel 1788 dall'allora arciprete don Luigi De Gobbis dalle Memorie del quale stralciamo il passo seguente:
« La prima situazione di questa mia Parrocchiale Chiesa, fu ove ora sta la Casa per abitazione del Molto Reverendo Signor don Giuseppe Pertoldi Cappellano, da Tricesimo, Diocesi di Udine; Casa fabbricata da me l'anno 1788; non essendo per l'innanzi in questa Villa mai stato Casa apposita per domicilio al Cooperatore ; e nell'escavare le fondamenta su cui innalzarla, trovaronsi quantità di ossa umane, tegole, ed altre anticaglie, oltre una Chiesetta, porzione dell'antica Chiesa Parrocchiale, a bella posta conservata per servarne la memoria, e di cui ce ne siamo serviti ad uso di camera appepian di questa novella casa. Eccone la certa situazione, chiamata negli Estimi pubblici 1684 e 1719, esistenti nella Nob. Provvederia della Magnifica di Treviso città :
« 1 Agosto 1684. Copia di tutti li campi della Villa di Monigo perticati da me Francesco Basso par la renovazione dell'Estimo.
N° 155. della Chiesa di Monigo un pezzo prativo con una Chiesiola detta la Ghiesiola, confina a Levante R.R. Madri di S. Chiara, a Mezzodì Strada Com.a a Levante, a Monte S. Zuanne Sanzorzi - C - 1:202.
L.D.S. 24 Ag.o 1714 Revisione della Villa di Monigo fatta da me Zuanne Rizzi Pub.co Perito per la faccitura del nuovo Estimo.
N° 155. Il Beneficio della Chiesa di Monigo ha terra prat. con una Chiesiola, loco detto la Chiesiola, confina a mattina e monte S. Zorzi, mezzodì Monastero di S. Chiara, sera strada comune C - 1:202 ».
Sappiamo che la Chiesa di Monigo, nel 1330, era nello stesso punto in cui è oggi e che prete-rettore da quell'anno fino al 1348 fu un non meglio identificato Andreolo assistito da un chierico, con un beneficio, dice l'Agnoletti, « la cui cifra nella colletta contro i Turchi» era di lire venticinque. Vitale e Andreolo sono i due soli preti-rettori della chiesa di Monigo dalla sua fondazione al 1429.
Oltre il Beneficio della Chiesa ricordiamo, in Monigo, i fondi costituenti il Canonicato di Monigo istituito « ab immemorabili » nella Cattedrale di Treviso.
L'attuale Chiesa di Monigo fu iniziata sul posto stesso in cui esisteva la più antica, circa nel 1575 e, restaurata totalmente nel 1641, fu consacrata il 12 novembre di quel medesimo anno.
Nulla sappiamo della precedente Chiesa, ma supponiamo che fosse molto angusta. Aveva infatti un breve campanile sul quale, nel 1442, furono sistemate le piccole campane e attorno vi era il camposanto. Particolare curioso gli è che nel 1575, mentre veniva innalzata la nuova Chiesa e restaurata la canonica, molti contadini disertavano le funzioni e poichè frequentavano una bettola paesana in località Ziesole, si ebbero la viva rampogna del vescovo Giorgio Corner. Altri restauri alla chiesa furono operati nel 1723 e nel 1761.
Fu solo dalla fine del XVIII secolo che si cominciò ad abbellirla. Già nel 1741 era stato interamente rifatto l'altar maggiore e, sopra lo stesso, sistemata la pala raffigurante sant'Elena con santa Apollonia e sant'Agata dovuta al pennello di Bartolomeo Orioli. Nel 1760, il parroco Francesco Tosati aveva fatti costruire, a sue spese, i due altari laterali e sostituire il vecchio pavimento con uno in marmo.
Nel 1810, il parroco Luigi De Gobbis ebbe in dono, da Domenica Polesello-Andreoli, il corpo di S. Gregorio martire, prima nella Chiesa del Gesù dei Riformati e lo sistemò, due anni dopo, sotto l'altare di S. Antonio.
Nel 1812 lo stesso De Gobbis ebbe in dono da Giovan Battista Rossi, decano del Capitolo ed arciprete della Cattedrale e da Filippo Iappelli, vicario generale, il corpo di S. Vincenzo martire già nella Chiesa delle Cistercensi di Santa Maria Nova e quello di S. Omobono martire, prima venerato nella Chiesa delle monache Cappuccine.
Le due sacre reliquie vennero collocate, il 28 marzo 1813, rispettivamente la prima nell'altare di S. Antonio abate ove già era quello di S. Gregorio, l'altra in quello di destra dedicato alla Madonna.
Nel 1815 venne sistemato il sagrato della chiesa e contornato da un muricciolo di cinta con due accessi, uno sulla fronte e l'altro verso l'abside. In quella occasione furono collocale, sopra appositi pilastri, quattro statue provenienti dalla chiesa di Santa Margherita degli Eremitani, soppressa nel 1808 e adibita a maneggio militare. Davanti alla facciata della chiesa i simulacri di S. Benedetto e S. Scolastica, dietro invece S. Margherita e S. Giorgio, quest'ultimo datato 1660.
La pala della Madonna del Rosario, opera di incerto autore, ma probabilmente del Carrer, venne inaugurata nel 1822.
E' invece del 1842 l'affresco del Giudizio Universale commissionato dal parroco Bonaventura Velo al pittore bellunese Giovanni Demin per cento zecchini. Il Velo, quand'era stato parroco a Paderno d'Asolo, aveva già affidato al Demin un altro affresco del Giudizio Universale ma mentre quello, data l'altezza della chiesa, risaltava molto bene, questo di Monigo risultò di ben scarso effetto e fu oggetto di critiche numerose. Il Papanni riporta, in proposito, il sarcastico commento del vescovo Sebastiano Soldati il quale, si dice affermasse che non avrebbe più trasferito il parroco Velo ad altra chiesa, nel timore che «non ordinasse un terzo soffitto coll'Inferno, argomento non opportuno». Il pio vescovo infatti non volle mai vederlo.
Nel 1845 fu sistemato l'organo dovuto al vicentino Giambattista De Lorenzi.
Intanto, fin dal 16 settembre 1873, si era cessato di seppellire i morti nel piccolo cimitero attorno alla chiesa e, da allora, la popolazione ebbe in comune con quella di Castagnole un camposanto a mezza strada tra le due località.
Nel 1885 venne restaurato il campanile e, sopra una base a dado, fu innalzata una svelta guglia. Nel 1908-1909 al pittore trivigiano Giuseppe Beni venne commissionato di affrescare il coro rappresentandovi la gloria di S. Elena imperatrice e i quattro Evangelisti.
Una nuova ripulitura della chiesa venne fatta nel 1920 a cura del parroco don Ugo d'Alessi, proprio in occasione della inaugurazione del monumento ai Caduti della guerra 1915-1918. Questo, eretto a spese della popolazione e col contributo del Comune di Treviso, venne scoperto in forma solenne l'8 agosto di quell'anno, alla presenza delle autorità della Provincia.

GLI ORATORI

Nel territorio di Monigo vi erano, fin da antica data, tre cappelle e, forse più tardi, un oratorio.
Poco o nulla sappiamo della cosidetta Chiesiola o Ghiesiola, citata dal De Gobbis nelle sue Memorie come « porzione dell'antica Chiesa Parrocchiale». Apparteneva alla Chiesa di Monigo e il suo beneficio consisteva in « un pezzo prativo » confinante, tra l'altro, con un possesso del Convento di Santa Chiara di Treviso. Questo riferimento ci ha permesso di ricercare e di scoprire, nell'Archivio delle Congregazioni Soppresse, due Registri dei beni delle Monache di S. Chiara, l'uno del 1659 e l'altro del 1711. Da essi, non solo siamo venuti a conoscenza che le possessioni di questo Convento erano abbastanza numerose in Monigo, ma ci è stato dato anche il modo di individuare l'esatta ubicazione della Chiesiola attraverso una mappa che la riproduce e di avvalorare in questo modo quanto, a suo tempo scritto dal De Gobbis.
Una seconda cappella era quella del Rossignolo in contrada Paluetto o detta anche di San Tomaso del Rossignolo, della quale è fatta menzione negli Atti 1418-1474 e il cui beneficio andava ad uno dei canonici del Capitolo della Cattedrale : tale beneficio esisteva pure nel 1503 col titolo di Prebenda dei Santi Giacomo e Cristoforo del Duomo. Già semidiroccata e pericolante nel 1492, coi soli muri perimetrali nel 1575, fu trasformata, per desiderio del vescovo Francesco III Corner, in capitello nel 1579.
Attualmente, il capitello è, in parte, incorporato in una bella casa del cinquecento dalle linee eleganti e sobrie, malgrado lo stato di abbandono e le modifiche apportate in epoca successiva.
Le figure che ancora fino a qualche tempo fa si potevano ammirare sui due lati del capitello fiancheggianti le strade Paludetto e Castellana, rappresentavano S. Anna e S. Giuseppe : oggi sono completamente scomparse, ma pure rimangono visibili, negli spicchi, alcuni santi. Il capitello aveva, internamente, un piccolo altare e vi si accedeva attraverso un androne ad arco, parzialmente murato.
Santa Maria ad Elisabetta o Santa Maria de gratia, era una terza cappella della cui esistenza abbiamo conferma fin dal 1492. Anche questa cadde in rovina e, sebbene nel 1579 non ne rimanesse che il solo campanile pure pericolante, le sue rendite spettavano alla famiglia Ghetti. Demolito il campanile, fu ridotta a capitello che, successivamente, nel 1728, venne ampliato e trasformato in oratorio della famiglia Manfretta prima e poi degli Scarpa.
L'Oratorio di S. Antonio abate, detto anche impropriamente di S. Anna, era situato, un tempo, a fianco dell'ingresso del piazzale prospiciente la Villa Tron, della quale oggi più non esiste traccia alcuna.
Passato ai signori Baroncelli che agli inizi del XIX secolo avevano acquistata la proprietà dei Tron, nel 1888 divenne ius del Parroco di Monigo e vi riposava il corpo di S. Clemente martire che era stato donato da un ambasciatore spagnuolo al proprio procuratore, il notaio Baroncelli. La famiglia, in seguito, aveva voluto che il corpo del Santo trovasse una più decorosa sistemazione e, a tal proposito, ne aveva fatto dono alla Chiesa parrocchiale.
La facciata, molto elegante nelle linee neoclassiche, presenta un timpano, entro il quale una tavola marmorea reca uno scudo cinquecentesco, ma l'arma dei Tron, che certamente doveva esservi scolpita, risulta del tutto scalpellata. Sul culmine del timpano una vigorosa scultura a mezzo busto del Padre Eterno che posa la mano sinistra sul globo ed alza la destra mutila, e ai lati due palle di pietra che rappresentano il Sole e la Luna. Alcuni hanno ritenuto, e forse giustamente, questa scultura del XVI secolo ed in effetti essa ne ha tutte le caratteristiche.
L'oratorio ha, lateralmente, due navi per il coretto e la sacristia ma sono queste una aggiunta posteriore. Nell'interno fanno spicco due stupende acquasantiere in marmo, raffiguranti una affusolata mano di donna che regge la pila dell'acqua e alle pareti due pancate in marmo rette da mensole cinquecentesche.
Buoni gli affreschi che coprono interamente le pareti e il soffitto sul quale campeggia la figura del Redentore. Grazioso il cinquecentesco campanile a vela, in pietra d'Istria, e caratteristico il muricciuolo che racchiude l'ingresso dell'Oratorio, con pancate all'intorno, rette anche queste da mensole.
Quand'era proprietà dei Tron, l'Oratorio era officiato da un cappellano.
L'Agnoletti ci ragguaglia che un'altra piccola chiesa, dedicata a S. Giuseppe, era proprietà dei Renier che, in Monigo, avevano terreni e villa, e nella quale, nel 1722 si officiava. La proprietà passò, successivamente, agli Andreoli e l'oratorio fu, circa il 1812, demolito.

A chi dedicata la nostra parrocchia

(Autore: Antonio Borrelli - Spunti bibliografici a cura di LibreriadelSanto.it)

Sant' Elena Imperatrice madre di Costantino

18 agosto

Drepamim (Bitinia), III sec. morta nel 330 ca.

Di famiglia plebea, Elena venne ripudiata dal marito, il tribuno militare Costanzo Cloro, per ordine dell'imperatore Diocleziano. Quando il figlio Costantino, sconfiggendo il rivale Massenzio, divenne padrone assoluto dell'impero, Elena, il cui onore venne riabilitato, ebbe il titolo più alto cui una donna potesse aspirare, quello di «Augusta». Fu l'inizio di un'epoca nuova per il cristianesimo: l'imperatore Costantino, dopo la vittoria attribuita alla protezione di Cristo, concesse ai cristiani la libertà di culto. Un ruolo fondamentale ebbe la madre Elena: forse è stata lei a contribuire alla conversione, poco prima di morire, del figlio. Elena testimoniò un grande fervore religioso, compiendo opere di bene e costruendo le celebri basiliche sui luoghi santi. Ritrovò la tomba di Cristo scavata nella roccia e poco dopo la croce del Signore e quelle dei due ladroni. Il ritrovamento della croce, avvenuta nel 326 sotto gli occhi della pia Elena, produsse grande emozione in tutta la cristianità. A queste scoperte seguì la costruzione di altrettante basiliche, una delle quali, sul monte degli Olivi, portò il suo nome. Morì probabilmente intorno al 330. (Avvenire)

Etimologia (dal greco): Elena = la splendente, fiaccola

Martirologio Romano: A Roma sulla via Labicana santa Elena, madre dell’imperatore Costantino, che si adoperò con singolare impegno nell’assistenza ai poveri piamente; entrava in chiesa mescolandosi alle folle e in un pellegrinaggio a Gerusalemme alla ricerca dei luoghi della Natività, della Passione e della Risurrezione di Cristo onorò il presepe e la croce del Signore costruendo venerande basiliche.

Nell’iconografia, specie orientale, sant’Elena è raffigurata spesso insieme al figlio l’imperatore Costantino e ambedue posti ai lati della Croce. Perché il grande merito di Elena fu il ritrovamento della Vera Croce e di Costantino il merito di aver data libertà di culto ai cristiani, che per trecento anni erano stati perseguitati ed uccisi a causa della loro fede.
Di Elena i dati biografici sono scarsi, nacque verso la metà del III secolo forse a Drepamim in Bitinia, cittadina a cui fu dato il nome di Elenopoli da parte di Costantino, in onore della madre.
Elena discendeva da umile famiglia e secondo s. Ambrogio, esercitava l’ufficio di ‘stabularia’ cioè locandiera con stalla per gli animali e qui conobbe Costanzo Cloro ufficiale romano, che la sposò nonostante lei fosse di grado sociale inferiore, diventando così moglie ‘morganatica’.
Nel 280 ca. a Naisso in Serbia, partorì Costantino che allevò con amore; ma nel 293 il marito Costanzo divenne ‘cesare’ e per ragioni di Stato dovette sposare Teodora, figliastra dell’imperatore Massimiano Erculeo; Elena Flavia fu allontanata dalla corte e umilmente rimase nell’ombra.
Il figlio Costantino venne allevato alla corte di Diocleziano (243-313) per essere educato ad un futuro di prestigio; in virtù del nuovo sistema politico della tetrarchia, nel 305 Costanzo Cloro divenne imperatore e Costantino lo seguì in Britannia nella campagna di guerra contro i Pitti; nel 306 alla morte del padre, acclamato dai soldati ne assunse il titolo e il comando.
Divenuto imperatore, Costantino richiamò presso di sé Elena sua madre, dandole il titolo di ‘Augusta’, la ricoprì di onori, dandole libero accesso al tesoro imperiale, facendo incidere il suo nome e la sua immagine sulle monete.
Di queste prerogative Elena Flavia Augusta ne fece buon uso, beneficò generosamente persone di ogni ceto e intere città, la sua bontà arrivava in soccorso dei poveri con vesti e denaro; fece liberare molti condannati dalle carceri o dalle miniere e anche dall’esilio.
Fu donna di splendida fede e quanto abbia influito sul figlio, nell’emanazione nel 313 dell’editto di Milano che riconosceva libertà di culto al cristianesimo, non ci è dato sapere.
Ci sono due ipotesi storiche, una di Eusebio che affermava che Elena sia stata convertita al cristianesimo dal figlio Costantino e l’altra di s. Ambrogio che affermava il contrario; certamente deve essere stato così, perché Costantino ricevé il battesimo solo in punto di morte nel 337.
Ad ogni modo Elena visse esemplarmente la sua fede, nell’attuare le virtù cristiane e nel praticare le buone opere; partecipava umilmente alle funzioni religiose, a volte mischiandosi in abiti modesti tra la folla dei fedeli; spesso invitava i poveri a pranzo nel suo palazzo, servendoli con le proprie mani.
Tenne un atteggiamento prudente, quando ci fu la tragedia familiare di Costantino, il quale nel 326 fece uccidere il figlio Crispo avuto da Minervina, su istigazione della matrigna Fausta e poi la stessa sua moglie Fausta, sospettata di attentare al suo onore.
E forse proprio per questi foschi episodi che coinvolgevano il figlio Costantino, a 78 anni nel 326, Elena intraprese un pellegrinaggio penitenziale ai Luoghi Santi di Palestina.
Qui si adoperò per la costruzione delle Basiliche della Natività a Betlemme e dell’Ascensione sul Monte degli Ulivi, che Costantino poi ornò splendidamente.
La tradizione narra che Elena, salita sul Golgota per purificare quel sacro luogo dagli edifici pagani fatti costruire dai romani, scoprì la vera Croce di Cristo, perché il cadavere di un uomo messo a giacere su di essa ritornò miracolosamente in vita.
Questo episodio leggendario è stato raffigurato da tanti artisti, ma i più noti sono i dipinti nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme di Roma e nel famoso ciclo di S. Francesco ad Arezzo di Piero della Francesca.
Insieme alla Croce furono ritrovati anche tre chiodi, i quali furono donati al figlio Costantino, forgiandone uno nel morso del suo cavallo e un altro incastonato all’interno della famosa Corona Ferrea, conservata nel duomo di Monza.
L’intento di Elena era quello di consigliare al figlio la moderazione ed indicargli che non c’è sovrano terreno che non sia sottoposto a Cristo; inoltre avrebbe indotto Costantino a costruire la Basilica dell’Anastatis, cioè della Resurrezione.
Elena morì a circa 80 anni, assistita dal figlio, verso il 329 in un luogo non identificato; il suo corpo fu però trasportato a Roma e sepolto sulla via Labicana "ai due lauri", oggi Torpignattara; posto in un sarcofago di porfido, collocato in uno splendido mausoleo a forma circolare con cupola.
Fu da subito considerata una santa e con questo titolo fu conosciuta nei secoli successivi; i pellegrini che arrivavano a Roma non omettevano di visitare anche il sepolcro di s. Elena, situato tangente al portico d’ingresso della Basilica dei Santi Marcellino e Pietro.
Il grandioso sarcofago di porfido fu trasportato nell’XI secolo al Laterano e oggi è conservato nei Musei Vaticani. Il suo culto si diffuse largamente in Oriente e in Occidente, l’agiografo Usuardo per primo ne inserì il nome nel suo ‘Martirologio’ al 18 agosto e da lì passò nel ‘Martirologio Romano’ alla stessa data; in Oriente è venerata il 21 maggio insieme al figlio s. Costantino imperatore.
Gli strumenti della Passione da lei ritrovati, furono custoditi e venerati nella Basilica romana di S. Croce in Gerusalemme, da lei fatta costruire per tale scopo, le sue reliquie hanno avuto una storia a parte, già dopo due anni dalla sepoltura a Roma, il corpo fu trasferito a Costantinopoli e posto nel mausoleo che l’imperatore aveva preparato per sé.
Poi le notizie discordano, una prima tradizione dice che nell’840 il presbitero Teogisio dell’abbazia di Hauvilliers (Reims) trasferì le reliquie in Francia; una seconda tradizione afferma che verso il 1140 papa Innocenzo II le trasferì nella Basilica romana dell’Aracoeli e infine una terza tradizione dice che il canonico Aicardo le portò a Venezia nel 1212.
È probabile che il percorso sia stato Roma - via Labicana, poi Reims e dopo la Rivoluzione Francese le reliquie siano state definitivamente collocate nella Cappella della Confraternita di S. Croce nella chiesa di Saint Leu di Parigi; qualche reliquia deve essere giunta negli altri luoghi dell’Aracoeli a Roma e a Venezia.
S. Elena è la santa patrona di Pesaro e Ascoli Piceno, venerata con culto speciale anche in Germania, a Colonia, Treviri, Bonn e in Francia ad Elna, che in origine si chiamava "Castrum Helenae".
Inoltre è considerata la protettrice dei fabbricanti di chiodi e di aghi; è invocata da chi cerca gli oggetti smarriti; in Russia si semina il lino nel giorno della sua festa, affinché cresca lungo come i suoi capelli.
Nel più grande tempio della cristianità, S. Pietro in Vaticano, s. Elena è ricordata con una colossale statua in marmo, posta come quelle di s. Andrea, la Veronica, s. Longino, alla base dei quattro enormi pilastri che sorreggono la cupola di Michelangelo e fanno da corona all’altare della Confessione, sotto il quale c’è la tomba dell’apostolo Pietro.